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La mia “bertula” piena di fede, carità e speranza

Le riflessioni di Don Luca sulla visita di Papa Francesco a Cagliari

| di Luca Mele
| Categoria: Personaggi
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Ormai chiunque può affermare che la lettura delle omelie, delle catechesi, dei documenti di Francesco è sempre coinvolgente, anche tra i non credenti; se poi si ha la possibilità di seguire il Santo Padre attraverso la radio o la tv l’emozione è ancora più forte, perché dal tono di voce e dalle espressioni del viso è facile captare la sua passione per Dio e per l’uomo; figuriamoci quale gioia averlo davanti, vederlo dal vivo, senza tramiti, e poter respirare un’atmosfera indescrivibile e sentire addirittura l’odore delle pecore che impregna la veste di un infaticabile (nonostante l’età) pastore, il quale vuole raggiungere davvero quelle che lui stesso chiama le periferie esistenziali per stare con gli ultimi e i più poveri. Un Papa che cerca davvero tutti, senza negare a chi, tra la folla, vuole una semplice ma incoraggiante stretta di mano che risolleva dalle tante paure.

Mi è stato chiesto di condividere le emozioni vissute a Cagliari due domeniche fa, ma è ovvio che la gioia e il coraggio siano i sentimenti di tutti coloro che seguono Bergoglio. Con i pellegrini della Sardegna mi sento onorato per aver accolto il Santo Padre, che già dal secondo viaggio in Italia ha deciso di venire nella nostra isola per esprimere l’amore e la devozione per la Madonna dell’Aria buona. Poteva recarsi in Piemonte o in Liguria, da dove provenivano i suoi genitori; oppure ancora a Milano, fortezza economica dell’Italia e sede della grande diocesi ambrosiana …E invece, dopo Lampedusa, fa tappa in un’altra isola, la nostra. Scelta motivata certamente dall’idea di un gemellaggio nato da quando Pedro de Mendoza scelse il nome per la città capitale della Colonia della Plata, come ha annunciato lui stesso il 16 maggio da piazza San Pietro; ma soprattutto perché la nostra terra è simbolo della drammatica situazione nazionale, trattandosi della regione più povera del Paese, secondo i dati dell’Istat e della Caritas regionale. È qui che il Pontefice mostra ancora la sua totale solidarietà a un mondo che, da Bonaria a Buenos Aires, vuole risorgere dalle miserie quotidiane.

Il ricco programma del 22 settembre ha permesso a Francesco di incontrare ogni categoria di persone: ammalati, disoccupati, carcerati, giovani, politici, sacerdoti … eppure mi son sentito destinatario di ogni parola pronunciata da chi si mostra non solo guida della Chiesa, ma davvero «papà» di tutti, come ha detto uno degli operai che ha dato il suo saluto durante a nome del mondo del lavoro.

 

Come prete, mi ha colpito la promessa fatta dal Papa ai lavoratori: «Devo dirvi: “Coraggio!”. Ma anche sono cosciente che devo fare tutto da parte mia, perché questa parola, “coraggio”, non sia una bella parola di passaggio! Non sia soltanto un sorriso di un impiegato cordiale, un impiegato della Chiesa che viene e vi dice: “Coraggio!”. No! Questo non lo voglio! Io vorrei che questo coraggio venga da dentro e mi spinga a fare di tutto come Pastore, come uomo». Un impegno serio che mi ha fatto riflettere su tutte le volte in cui anch’io, “come ministro e come uomo” ho detto «coraggio» a chi domandava aiuto. Chissà – mi chiedo – come i miei parrocchiani interpretano le mie parole di incoraggiamento: come un sincero sostegno nato dalla stessa compassione di Gesù per gli ultimi, o come una pacca sulle spalle, più che altro utile a liquidare chi vuole parlarmi e così permettermi di continuare nei miei impegni? Un interrogativo ancora più forte se penso che tra coloro che sono intervenuti c’era Luciano, pastore dorgalese, il quale, oltre a dare voce tutti coloro che lavorano nelle campagne, rappresentava anche la comunità parrocchiale affidatami dal Vescovo. Sono capace di consolare e confortare in nome di Dio, testimone di una speranza che viene da Dio e che per tanto sa incarnarsi, oppure mi sono limitato a svendere un vuoto e inefficace ottimismo, quasi fosse una pennellata che copre ma non risana alla radice?

Nello stesso intervento, la metafora della brace sotto la cenere mi ha fatto pensare al passo della lettera di Paolo indirizzata a Timoteo, dove l’Apostolo esorta un suo figlio a «ravvivare il dono di Dio». Riconosco che noi sacerdoti, lavoratori nel campo della Chiesa, possiamo ugualmente sperimentare in alcuni momenti una freddezza spirituale: però abbiamo, comunque, la possibilità di trasformarla con il soffio della solidarietà che riaccende il fuoco dello Spirito Santo riversato nei nostri cuori nel giorno dell’ordinazione e riscaldare così l’animo tiepido di chi ci sta accanto con «la semplicità delle colombe e la furbizia dei serpenti».

A conclusione, invece, dell’incontro con i lavoratori lungo il Largo Carlo Felice, ho avuto quasi la presunzione di capire bene la preghiera finale di Francesco pensando alla professione di mio padre. Una preghiera rivolta a Gesù, falegname, e pronunciata in risposta al grido «Lavoro! Lavoro! Lavoro!». Qui il Santo Padre ha chiesto al Signore la forza per lottare! Ho pensato che, come profeti di Dio, anche noi sacerdoti dobbiamo lottare contro gli idoli che rubano la dignità agli uomini che Lui stesso ci ha messo accanto. Magari siamo disposti a intervenire prontamente per difendere la volontà del Vangelo di fronte alle questioni etiche ricorrenti, ma non siamo altrettanto propensi ad alzare la voce per difendere un disoccupato! Non mancano occasioni per dare un contributo concreto per sovvenire alle famiglie in difficoltà, ma i cittadini non vogliono elemosina: hanno bisogno di lavorare! È indiscutibile che i cristiani devono essere sempre i primi a soccorrere gli indigenti; però la verità è che il povero non ha bisogno solo di soldi: vuole lavorare, ha diritto alla promozione umana e sociale, che è molto di più di un’offerta… Per questo credo che come pastori dovremmo sostenere il nostro gregge appellandoci a chi ha responsabilità dirette in questo ambito; ognuno di noi, prete, viene da una famiglia che è sapientemente definita “primo seminario” della nostra vocazione, e lì abbiamo visto i nostri genitori lottare nel lavoro (domestico o professionale) ogni giorno per amore di noi figli, di modo che non ci mancasse nulla. Lottare insieme per vincere la rassegnazione aiuterebbe un padre e una madre di famiglia a non sprofondare nella disperazione.

 

Arriva il momento della Celebrazione eucaristica. Il Papa è davanti a me, avendo l’onore di celebrare insieme a tanti confratelli a pochi metri dall’altare. Non ho bisogno di guardare il maxi schermo, mi accontento di vederlo più piccolo, ma dal vivo. Non è vicinissimo, ma posso intravedere il suo volto, molto più eloquente delle parole: era concentrato, immerso nella preghiera, quasi preoccupato … Dopo aver parlato ai disoccupati e pregato per loro, entrando in sacrestia, ha visto tanti ammalati, tanti. Per cui capisco che con quel calice voglia offrire a Dio anche le sofferenze degli infermi, che sente sue. Eppure, anche qui, riesce sempre a regalare un sorriso: anche questo piccolo segno delle labbra lo interpreto come un efficace magistero che non ha bisogno di parole.

Dell’omelia porto nella memoria non tanto un concetto particolare, ma in generale il suo desiderio di stare con i sardi: «Sono venuto per condividere con voi gioie e speranze, fatiche e impegni, ideali e aspirazioni della vostra isola, e per confermarvi nella fede … Sono venuto in mezzo a voi per mettermi con voi ai piedi della Madonna che ci dona il suo Figlio … Sono venuto, anzi, siamo venuti tutti insieme per incontrare lo sguardo di Maria». Un bagno di folla che prega, il Papa che prega, la Madonna che prega (prima lettura), Gesù in croce che prega (Vangelo): tutto è preghiera! L’insegnamento più grande di quella Messa è stato il bisogno di affidarsi a Dio per mezzo di Maria, la quale ci dona il suo sguardo, i suoi occhi pieni di fede.

 

Delusione/rassegnazione da una parte e discernimento/speranza dall’altra, sono stati i temi che il Pontefice ha ripreso al pomeriggio commentando il passo lucano dei discepoli di Emmaus nell’Aula Magna della Pontificia Facoltà di Teologia della Sardegna. Incontro al quale non ho potuto partecipare, come non ho presenziato nella chiesa cattedrale insieme ai poveri e ai detenuti. Dovevo conquistare con i giovani della mia parrocchia un posto vicino al palco in Largo Carlo Felice per l’ultimo incontro pomeridiano, e dunque ci devo rinunciare; ma ho già in programma di rileggere gli interventi una volta rientrato a casa grazie a internet. Mi avrebbe fatto veramente piacere sentire dal vivo quel richiamo sull’autenticità dell’amore di Gesù che ha scelto la via dell’umiltà e del servizio; anzi, è lui stesso la via. Rileggendo, l’indomani, quei discorsi, mi fa riflettere l’idea che sia possibile strumentalizzare la carità per interessi personali o del gruppo, rivendicando o, peggio, pretendendo meriti e ottenere qualcosa in cambio, fosse solo la gloria personale; e mi fa venire la pelle d’oca il rimprovero di Bergoglio secondo cui è «meglio restare a casa propria se la carità è opportunismo». Ogni quattro settimane sempre San Paolo mi ricorda che la carità non ha finzioni e che devo gareggiare nell’amore e nella stima per gli altri; eppure corro anch’io «il rischio di dimenticare di essere un vaso di creta e di cedere alle lusinghe che fanno tanto male alla Chiesa», come disse ancora il nostro Papa appena giugno a Rio per la Gmg di quest’anno, riferendosi proprio ai ministri di Dio. Potrebbe capitare di convincersi che sia lecito rivendicare qualcosa dopo i tanti impegni e che sia giusto – da persone educate – ricevere un “grazie”; invece non siamo neanche qui «impiegati» della carità, ma servi che fanno quanto dovevano fare e basta, come dice il Vangelo, e quindi non insostituibili. 

 

Infine l’incontro con i giovani: ho voluto parteciparvi proprio come giovane, credendo di avere ancora l’età giusta. Ovvio che l’attesa è sempre la stessa, non ci si stanca! E quando il Papa arriverà a dire «Ho parlato troppo a lungo?» i presenti urlano «No!» all’unisono. Pensavo che fosse stanchissimo, non avendo nemmeno un attimo di pausa tra un incontro e l’altro, senza parlare della fatica del viaggio da oltre Tirreno per un settantaseienne. Eppure, quando ci esorta a essere forti, lo fa con assoluta credibilità: la sua forza spirituale è anche forza fisica. Forza che viene chiesta a noi specialmente dopo una notte d’insuccessi, dove non abbiamo pescato nulla e ci sentiamo dei falliti. Sentimenti che potrebbero annidarsi anche nel cuore di un sacerdote, ad esempio nella vita pastorale: dopo aver speso tante energie, alla fine non si vedono risultati sempre corrispondenti alle fatiche. Qui è il momento in cui fidarsi di lui, senza cadere nella sfiducia; obbedire al comando di «prendere ancora il largo e gettare comunque le reti», senza scoraggiarci, perché nella fede non c’è posto per il pessimismo. «Un giovane senza gioia e senza speranza è preoccupante: non è un giovane!», ha detto il Pontefice … e altrettanto dicasi per un prete: sacerdoti gioiosi e fiduciosi come tanti santi della Sardegna che Francesco ha citato (e che onore sentire prime fra tutti le Beate della nostra diocesi!).

L’ultima emozione: un figlio di Dio che ricorda il giorno in cui ha sentito la voce divina e che dopo sessant’anni celebra addirittura l’anniversario della sua vocazione. Anche se poco importa, io non ricordo un giorno particolare dove ho capito il disegno di Dio per me, è stata una scelta maturata gradualmente nel tempo; posso tenere a mente le date in cui sono entrato in seminario, i passi importanti del cammino di formazione, il giorno dell’ordinazione … ma non un giorno della chiamata. Non voglio mica paragonarmi a lui, ma quest’attenzione è affascinante! Il Papa, invece, ricorda ogni dettaglio e ho avuto la grazia di sentire questa sua “confidenza” sempre dal vivo durante la Veglia di Pentecoste, nel maggio scorso: «C’è un giorno per me molto importante: il 21 settembre del ‘53. Avevo quasi diciassette anni. Era il Giorno dello studente, per noi il giorno della Primavera ... e ho sentito la necessità di confessarmi … ho trovato che qualcuno mi aspettava, mi stava aspettando da tempo. Dopo la Confessione ho sentito che qualcosa era cambiato. Io non ero lo stesso. Avevo sentito proprio come una voce, una chiamata: ero convinto che dovessi diventare sacerdote ... Il Signore sempre ci primerea». 

Da sei mesi a questa parte, ogni volta che mi capita di celebrare una memoria liturgica degli Apostoli perché prevista dal calendario della Chiesa, al momento delle Preghiere dei fedeli ritrovo l’invocazione suggerita dall’Orazionale «per gli evangelizzatori, i missionari, i catechisti, perché ricevano in dono la franchezza apostolica». È una supplica che mi fa sempre pensare a Papa Francesco, che parla col cuore, mettendo da parte i discorsi già preparati per l’occasione, che (mentre tutti i capi di Stato tacciono) denuncia la cultura del profitto, del consumismo, dello scarto e difende la dignità e la speranza dell’uomo e della donna. Nonostante la schiettezza e quelle che un vaticanista a me caro ha definito le “gentili picconate”, è sempre capace di sorridere: è bello vedere il Papa che sorride e saluta, come è bello vedere i preti felici della loro missione. Concludo citando il Vangelo che la Chiesa ha proclamato pochi giorni fa nella Liturgia della Parola, dove San Luca racconta l’invio dei discepoli da parte di Gesù: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro, né due tuniche per ciascuno … ». Non voglio disobbedire al mio Maestro, ma sono rientrato anch’io da Cagliari con una bertula che contiene l’essenziale per vivere: la fede, la carità e la speranza della Madonna, e me la porterò appresso per un bel po’, dando la mano a colei chi nos accumpanzat semper in sa vida!  

Luca Mele

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