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Minori sulle pagine dei social: non pubblicare immagini di bambini e disabili significa essere adulti responsabili e non mettere a rischio la loro sicurezza

| di Antonella Fancello
| Categoria: Attualità | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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Vi ricordate lo sportello di aiuto digitale gratuito che grazie a questo spazio avevo lanciato a dicembre?

Il sottotitolo recitava: “Educare i giovanissimi a “vivere” la rete costruttivamente, sviluppare in loro uno spirito critico e un senso civico digitale che li porti a non essere solo consumatori ma anche produttori consapevoli di informazioni”. I giovani … e quando non sono consapevoli i meno giovani, che succede?

Da quando lo sportello esiste (che equivale semplicemente a scrivere al mio indirizzo di posta elettronica o contattarmi attraverso i social), ricevo e-mail e segnalazioni da parte di tantissime, soprattutto mamme. Nella maggior parte dei casi chi mi contatta lo fa per chiedermi dei chiarimenti su modalità di comportamento/approccio quasi sempre legati al tema dei social e quasi sempre si parla di MINORI.

Già … ma i minori possono avere un profilo personale sui social network? Oramai lo sanno anche i muri è la risposta è SI’, se hanno 13 anni compiuti (perché non dimentichiamo che la legge che fa fede è quella del paese in cui il Social Network ha sede legale, quasi sempre gli Stati Uniti dove l’età per aprire un profilo è 13 anni); ma altrettanto sanno “i muri” (o meglio dovrebbero saperlo) che anche i minori di 13 anni sono comunque presenti non raccontando la verità e dichiarando una data di nascita diversa con lo scopo di potersi iscrivere.

E i genitori? I genitori a volte ci sono, a volte lo fanno solo per controllare a distanza la presenza dei propri figli, a volte solo per divertirsi, spesso non dando affatto un buon esempio; i più scrupolosi sono stati loro stessi ad insegnare ai figli come funzionano i social, e questo va bene, a porre domande su cosa loro facessero tutto quel tempo con lo smartphone in mano; ma la maggior parte di loro, purtroppo, preferisce non entrare in merito a “quell’altra vita” che, oramai, dovremo essere in grado tutti di capirlo, è tutto fuorché virtuale, anzi oserei dire che è più reale di quella che vivono in carne ed ossa, ma questo non tutti i genitori lo hanno capito per i quali tutto appare ancora come una moda, un gioco.

E gli insegnanti? Anche loro spesso ci sono, a volte troppo a volte troppo poco, un po’ come i genitori, certamente dovrebbero evitare di mischiare la sfera privata con quella scolastica, per esempio chiedendo l’amicizia a tutti gli alunni e commentando invadentemente i post relativi alla loro sfera personale (già anche i ragazzi ce l’hanno) e magari, come in tanti opportunamente già fanno, creando un gruppo “classe” all’interno del quale intervenire solo su questioni inerenti la scuola ma, lo sottolineo … NON ESISTONO REGOLE, esiste però il buon senso e la maturità e capacità di dimostrarsi saggi anche quando si interagisce sul web, luogo REALE in cui le regole di convivenza non devono cambiare e soprattutto luogo in cui per inconsapevolezza si può davvero rischiare di danneggiare qualcuno pur non volendo.     

In questi giorni, e vengo al punto, in tante/i me lo avete segnalato come episodio di indubbia correttezza e concordo sui dubbi espressi, spopola su Instagram che, lo ricordo, è il social network fotografico utilizzato dagli appassionati di fotografia ma soprattutto professionalmente da chi vuole fare marketing per promuovere e raccontare l’immagine di un territorio o di una azienda, ebbene spopola con decine e decine di like (mi piace) l’immagine selfie di una bambina down che non avrebbe ancora compiuto 13 anni, accompagnata da una persona adulta.

Spopola perché all’immagine è stato associato il nome di una località attraverso il carattere “hashtag” (il cancelletto) che quando unito ad una parola chiave rende universale quel contenuto trasformandolo in “indicizzabile” (individuabile) da qualunque motore di ricerca PER SEMPRE e ovunque in rete.

Come funziona quell’hashtag (cancelletto)? Io cerco tutto ciò che ha a che fare con la parola accompagnata con il cancelletto, che in questo caso è il nome di una località ben precisa, e trovo il selfie della bambina minorenne down. E poco conta che nel post che accompagna la foto ci sia specificato di aver chiesto l’autorizzazione dei genitori perchè, mi chiedo io, i genitori della bambina hanno idea di cosa significhi pubblicare l’immagine di un minore con disabilità in un social pubblico indicizzabile OVUNQUE e visibile DA CHIUNQUE, con addirittura marcatori di luogo che renderanno per sempre quella foto evidente a chiunque si rechi in quel territorio e faccia (come oramai TUTTI fanno) una ricerca su Instagram per hashtag su quel luogo? Lo sanno i genitori di quella bambina che dalle impostazioni di Instagram non si può eliminare affatto la possibilità che quella foto rimanga per sempre in rete catalogata dai motori di ricerca come Google? È opportuno che accada tutto questo con l’immagine di un minore oltre che disabile?

E la visibilità dello scatto non è legata allo status amici/non amici, qui siamo su Instagram non su Facebook, è visibile proprio A TUTTI perché legata ad un hashtag riconoscibile, attente mamme!

Ma ognuno è libero di muoversi come crede, lo ripeto, non esistono regole … il punto è che si deve sapere a che gioco si sta giocando e soprattutto quanto possono essere gravi le conseguenze.

Ci tengo a sottolineare che la materia ha ancora una normativa in via di regolamentazione ma che il garante della privacy sul tema dei minori non lascia il minimo dubbio.

Poi … nello stesso post si fa menzione anche di un altro ragazzo anch’esso disabile, anche lui indicizzato con il nome di una località ben precisa a fianco che accompagna il suo nome con un altro hashtag e anche lui pertanto, a parer mio, leso: lo sanno i genitori di quel ragazzo che il suo nome circola in rete con l’appellativo di “autistico”?

La forma di tutela più efficace è sempre l’autotutela, cioè la gestione attenta dei propri dati personali e dei minori di cui abbiamo responsabilità.

I social network sono strumenti che danno l’impressione di uno spazio personale, o di piccola comunità. Si tratta però di un falso senso di intimità (soprattutto nei social fotografici che devono essere utilizzati per ben altro) che può spingere gli utenti a esporre troppo la propria vita privata, a rivelare informazioni strettamente personali, provocando “effetti collaterali”, anche a distanza di anni, che non devono essere sottovalutati.

A solo titolo informativo riporto di seguito la testimonianza di un Commissario di Polizia che fa parte di una squadra speciale che racconta come i pedofili scelgono i bambini e se ancora non avete idea di cosa accada con quelle foto è bene che leggiate, ma vi avverto non è un bel racconto!

E ci mostrò il materiale che aveva sequestrato al pedofilo della nostra città. Migliaia di foto. Normali. Normalissime. Bambini al parco giochi. Fuori da scuola. Feste di compleanno. Bambini a passeggio col cane. Le aveva tutte catalogate, scaricate o realizzate lui. Era Andato in giro, fuori dalle scuole, nei parchi, nei centri commerciali e li aveva fotografati. Il pedofilo aveva un sacco di riviste pornografiche. Fino a qui, direte, nulla di particolarmente strano. Infatti erano riviste comprate in edicola, per soli adulti e con adulti protagonisti. Quindi tutto sommato affari suoi. Ma…c’è sempre un ma, Al posto dei visi degli uomini e delle donne ritratti in quelle riviste, aveva pazientemente incollato teste di bambini e bambine. Da lui fotografati e archiviati o ritagliati a loro volta da altre riviste (addirittura dal catalogo Postal Market, da cui poi aveva ritagliato tutte le foto di biancheria intima….). Su Facebook sono migliaia i genitori che mettono la scuola che frequentano i propri figli, i parchi dove vanno, il posto dove stanno al mare o in montagna quando vanno in vacanza. Insieme a questi dati sensibili centinaia di foto. Ogni anno spariscono (anche in Italia) migliaia di bambini e le informazioni per farli sparire, paradossalmente, a darle siamo noi: che mettiamo la foto di nostro figlio, scriviamo dove viviamo, dove lui/lei va a scuola, etc. etc. e per un pedofilo diventa facilissimo avvicinarlo. E adescarlo. “Ciao Antonio, mi manda la mamma, sono un suo amico – Come sai il mio nome? – (Chiedilo a tua madre che lo scrive in Facebook mettendo la tua foto, almeno sei volte al giorno) – Lo so perché sono suo amico come ti ho appena detto”. Il resto immaginatevelo da soli. Infine: un criminologo ci spiega come i reclutatori dell’Isis aggancino in rete i giovani, giovanissimi. Per mandarli poi a combattere o farsi saltare in aria. Lo fanno tramite i social network. Leggendo prima le info che i giovani medesimi pubblicano. E da lì stendendo un profilo che gli permetta di fingersi loro amici e adescarli. Un po’ come fanno i pedofili. Solo che qua alla fine della storia, anziché un bimbo abusato abbiamo un bimbo con del tritolo legato ad una cintura. Ma il punto resta questo: ai pedofili (e non solo) consegniamo dati sensibili o anche solo immagini su cui fantasticheranno. Detto questo, fate voi. Non possiamo dirvi di NON pubblicarle, e sinceramente viene quasi da arrendersi davanti alla superficialità di chi ancora non ha capito quanto possa essere pericoloso questo “gioco”. Pubblicatele pure. Mettete pure l’indirizzo dove volete. E se non vi importa che un pedofilo si trastulli e fantastichi eroticamente sulla foto del vostro neonato, perdonate, ma da oggi resta affar vostro non più mio, tanto purtroppo alla fine ci rincontreremo. Perché è qua che verrete a piangere e chiedere aiuto. E state tranquilli, siamo troppo educati per dirvi, “ve l’avevamo detto”….”.

 

La Pagina del Garante a proposito dei Minori

Il manuale da scaricare reso disponibile dal Garante della Privacy su COSA NON FARE sui social

Cyberbullismo ed uso corretto del WEB

Convenzione dei diritti dell'Infanzia e dell'adolescenza

 

E la colpa ancora una volta non è di internet e dei social network ma del fatto che non ci si può improvvisare ad utilizzarli senza conoscere le conseguenze delle proprie azioni o, conoscendole, sottovalutandone le implicazioni di tipo umano oltre che giuridico.

 

Antonella Fancello

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